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L’OMBRA DEL CREMLINO SULL’EUROPA. La Russia di Putin e le attuali relazioni con i paesi europei

Annaviva e Associazione Enzo Tortora – Radicali Milano

vi invitano all’evento:

L’OMBRA DEL CREMLINO SULL’EUROPA – La Russia di Putin e le attuali relazioni con i paesi europei

Lunedì 30 marzo 2015, ore 20.30, presso Associazione Enzo Tortora – Radicali Milano, 

Via Sebastiano del Piombo 11 – Milano

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Introduzione

Claudio Barazzetta, – Associazione Enzo Tortora – Radicali Milano

Intervengono:

Denis Bilunov – esponente dell’opposizione russa (via Skype)

Nikolaj Khramov – rappresentante dei radicali a Mosca (via Skype)

Antonio Stango – segretario generale del Comitato Helsinki Italia per i diritti umani (via Skype)

Modera:

Edoardo Da Ros – Associazione Enzo Tortora – Radicali Milano

*vi informiamo che Gianluca Savoini, presidente Lombardia – Russia, non sarà presente al dibattito.

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Le balle del Cremlino

IEssere ceceni a Mosca quando uccidono qualche avversario del Cremlino non è proprio semplice. Se siete dei criminali è probabile che finirete in galera con l’accusa di essere voi l’assassino. Le prove si troveranno, ma intanto l’importante è schiaffarvi in una cella sotto l’occhio di telecamere e fotografi.
Così è successo ai tempi dell’omicidio di Anna Politkovskaja. Così succede in queste ore per l’assassinio di Boris Nemtsov.
Il ceceno è stato d’altronde dipinto in questi anni in Russia come il cattivo per antonomasia. E molti ceceni dopo le due guerre contro i russi sono peraltro scappati un po’ in giro per in mondo a continuare guerre (per lo più con gli islamici più integralisti). Sono quindi i colpevoli perfetti. Come gli anarchici da noi, una volta.
È possibile che a sparare a Nemtsov sia stato davvero un ceceno. Magari pure quel gruppo di fuoco che le autorità russe si sono affrettate a mostrare in catene per rassicurare il paese. Come per la Politkovskaja anche per Nemtsov mancherà però un movente sul perché abbiano sparato. Perché poi lo facciano sempre con la stessa pistola (una Makarov 9mm per anni nella disponibilità della polizia e dell’esercito russo) rimarrà un mistero.
Probabilmente per Boris come per Anna saranno stati killer professionisti, che colpiscono e fuggono tranquilli. Anche a pochi passi dal Cremlino. Ma chi ha pagato questi e quei killer? Su ciò non c’è stato e mai ci sarà alcuna inchiesta. Sbattuto il mostro in prima pagina, il più è fatto.
L’importante è allontanare le nuvole nere dal Cremlino, allontanare ogni sospetto per l’eliminazione sistematica di voci critiche. Anche raccontando ipotesi surreali come quella che Nemtsov sia stato ucciso da ferventi islamici per aver appoggiato (da Mosca!) Charlie Hebdo (alla cui manifestazione di solidarietà a Parigi parteciparono, a sommo spregio della coerenza, anche rappresentanti di paesi dove la libertà di stampa è, diciamo così, carente, come la Russia).
Le balle rassicureranno quanti che si abbeverano alla propaganda televisiva del Cremlino. Ma siamo certi verranno respinte al mittente da quanti in questi ultimi mesi – con parecchio ritardo – hanno aperto gli occhi su quel che accade a Mosca.
Noi continueremo a vigilare. A chiedere giustizia. Per Boris, Anna e per tutti coloro che hanno perso la vita in questi anni. Ma anche per quanti continuano a finire in carcere solo perché criticano il regime.

“Nemtsov era un uomo libero e lo hanno ucciso”. Il ricordo di Denis Bilunov 

Denis Bilunov, amico di Annavia, ma prima ancora attivista e membro del movimento di opposizione russa Solidarnost fondato con Boris Nemtsov, ricorda così l’amico barbaramente assassinato a Mosca: 

“Boris, con la sua brillante biografia e la sua fantastica energia, conosceva una quantità infinita di gente. Verrà ricordato dalle belle parole di decine di migliaia di persone; da coloro che lo consideravano un amico, che lo sostenevano o che erano semplicemente conoscenti, da quelli con cui faceva kitesurf o coi quali aveva condiviso la cella di una prigione per 15 giorni. Con tutti loro Nemtsov ha trovato l’occasione per sorridere, scherzare, fare battute e citare aneddoti e, tra uno scherzo e l’altro, proporre idee che sono riuscite a conquistare i suoi interlocutori. 

Il suo brutale omicidio colpisce ancora di più perché è difficile incontrare al mondo una persona che ami così tanto la vita, in tutte le sue manifestazioni. Era solito dire che bisogna sopravvivere a Putin. Ma ora, con Boris disteso a faccia in giù sul marciapiede, questo non è più possibile! 

Nemtsov è stato il mio capo per circa due anni, insieme a Garry Kasparov. Hanno finanziato il movimento “Solidarnost” e io ne ero il direttore esecutivo. Ma considerarlo un capo era molto difficile. Si è sempre comportato in modo amichevole e la sua passione per la vita, il suo esuberante edonismo, hanno reso la nostra collaborazione qualcosa di ben diverso da un tradizionale rapporto di subordinazione. 

Entrai per la prima volta in contatto con Nemtsov quando ero a Sochi, nel corso della campagna per le elezioni comunali, quando dirigevo il suo quartier generale. Come al solito, le autorità non ci concessero l’utilizzo di uno spazio dove poter fare campagna elettorale e incontrare la gente e sottoposero a minacce e provocazioni tutti coloro che cercavano di aiutarci. Ma Boris non si lasciò scoraggiare. Anzi. Organizzammo la propaganda nei mercati e sulle spiagge. Nemtsov amava stare in mezzo alla gente e sapeva come radunare la folla e appassionare gli ascoltatori. 

Qualche tempo dopo, andai da Boris nella sua casa nella periferia di Mosca (era piuttosto modesta, aveva due stanze in affitto) per un incontro su questioni burocratiche che sarebbe dovuto durare circa mezz’ora. Passammo insieme il giorno intero: facemmo sport, andammo in sauna e sua moglie ci preparò la cena. Il tempo volò discorrendo di lavoro e di punti di vista sulla vita, attraverso battute e aneddoti tramite i quali, come al solito, Nemtsov non dimenticava di dettare la sua linea. 

Discutevamo spesso, e ancora più spesso Nemtsov discuteva con Kasparov, anche di inezie, ma poi Boris trovava sempre un modo per appianare le cose.


Al di là di tutto ciò, io credo che l’esperienza di Solidarnost sia stata molto importante: un’organizzazione dove non esiste un solo e unico leader, un piccolo esempio che serve da modello per il futuro della Russia. Non abbiamo bisogno né di zar, né di segretari generali, né di Napoleoni; é questo ciò che, al di lá delle ambizioni personali, avevano ben compreso Nemtsov e Kasparov.

Come è noto, nel dicembre 2011 Nemtsov ebbe un ruolo chiave nella decisione di trasferire il raduno da Piazza della Rivoluzione a piazza Bolotnaja. Se questo non fosse successo, forse avremmo potuto fare di meglio. Ma penso che Boris abbia agito solo in conformità con le sue convinzioni (e non perché stipulò un accordo dubbio, come qualcuno cerca di far credere).

Boris sembrava non temere nulla; in piazza era sempre al centro dell’azione, si esponeva nei discorsi pubblici criticando duramente il governo e, spesso, Putin. 

Per il suo ruolo, per il suo coraggio, Boris Nemtsov ha pagato il prezzo più caro. Era un uomo veramente libero e con sincerità voleva più libertà per noi e per la Russia. 

Era un uomo libero e lo hanno ucciso. A lui memoria eterna. 


(Traduzione di Pamela Foti, revisione di Marina Davydova)


A cento passi dal Cremlino

Proprio ieri sul “Venerdì di Repubblica” si poteva leggere un servizio sull’opposizione a Putin in difficoltà di fronte alla guerra tra Russia e Ucraina. Oggi opporsi a Putin – il succo dell’inchiesta – significa passare per nemici del nostro stesso paese.

Forse qualcosa, almeno nel manipolo che eroicamente si ribella al leader maximo che guida la Russia da più di due lustri, cambierà in queste ore. Nella notte è stato assassinato, su uno dei ponti moscoviti che portano al Cremlino Boris Nemstov. Classe 1957, liberale di razza, Nemtsov era stato vice primo ministro ai tempi di Eltsin ma da anni si opponeva allo strapotere di Putin, a questa democratura che – grazie a una massiccia propaganda televisiva – ha portato il paese alle guerre e allo sfascio economico.

Hanno sparato quattro colpi di pistola contro Nemtsov da un auto, mentre passeggiava con una giovane ucraina. Il tutto a poche ore dalla manifestazione anti-putiniana che l’opposizione ha convocato per il primo marzo.

Come per la Politkovskaja e Litvinenko, anche per l’assassinio di Nemtsov non sapremo mai la verità. A sparargli sicuramente un killer. Forse lui sì sarà arrestato, giusto per raccontare qualche balla in tv. Sui mandanti invece nessuno indagherà. Succede così da quando Putin è al potere. Continuerà a succedere finché Putin sarà al potere.

Anche Boris Nemtsov (che Annaviva aveva incontrato nel 2009 e 2011) è vittima di questo sistema. Anche se, come per Anna e Sasha, Putin dirà che è stato ucciso per mettere in cattiva luce il suo regime. Come se non bastasse, a tal fine, quanto lui stesso dice e, purtroppo,  fa ogni giorno.

Alla famiglia di Nemtsov, ai suoi amici dell’opposizione putiniana, l’associazione Annaviva esprime massimo cordoglio e vicinanza.

Ciao Boris, che la terra ti sia lieve.

Tornano le Pussy Riot. Pro Navalny

Il gruppo punk-rock femminista invita alla mobilitazione contro la condanna (politica) al blogger, oppositore di Putin. Condannato ha subito lasciato i domiciliari per andare a protestare sotto il Cremlino. Dove è stato nuovamente arrestato.
Mentre la crisi economica mette in ginocchio la Russia, il Cremlino cerca di mettere il bavaglio all’opposizione.

Facebook in aiuto del regime putiniano

Fa bene alla fine Vladimir Putin a ringraziare Facebook per avere eliminato le pagine che pubblicizzavano le manifestazioni che l’opposizione democratica sta organizzando in Russia per il 15 gennaio 2015. Quel giorno è prevista la decisione del tribunale sulla possibile condanna di Aleksej Navalny a 10 anni di carcere. Navalny, blogger anti-sistema, è uno dei principali oppositori al regime post-sovietico. Non importa quali siano le argomentazioni dell’accusa: in un paese dove manca la separazione tra politica e giustizia, questa serve solo a realizzare – penalmente – le volontà di chi comanda.

Per questo l’opposizione scenderà in piazza il 15 gennaio. Putin ha chiesto a Facebook di cancellare le pagine che pubblicizzavano quelle manifestazioni. E Facebook si è subito adeguata. Le manifestazioni non sono autorizzate perché è il regime che non le autorizza. Regime del quale Facebook si rende complice. Contro un’opposizione democratica e non violenta.

E non è la prima volta che il colosso dei social network si adatta alla censura putiniana. Nel solo 2014 sono stati ben 29 i contenuti rimossi da Facebook su richiesta del Cremlino. Che, di fronte a una crisi economica senza precedenti, ha sempre più paura.

Annaviva appoggia le manifestazioni delle opposizioni russe in sostegno di Navalny. E condanna il regime per la sua repressione e Facebook per il supporto.

Gli anni passano, le censure restano. Ma, come tutte le cose umane, prima o poi anche questo regime finirà.

Buon 2015 a tutti i democratici.

A tutti coloro che si oppongono ai regimi.

E alle loro patetiche censure.

Ucraina, Russia, Mogherini e noi

Lo sconfinamento delle truppe russe in territorio ucraino dimostra quello che Annaviva va dicendo da anni: la Russia di Putin è l’erede diretta dell’Unione sovietica pre Gorbaciov.
Non avevamo bisogno delle foto dei satelliti-spia per sapere del coinvolgimento diretto dei militari del Cremlino fuori dal territorio della Federazione Russa. Dai tempi della rivoluzione arancione, risulta chiaro che Putin considera l’Ucraina (come la Georgia, la Moldova e altri stati ex sovietici) niente più che il giardino di casa del Cremlino. Sono paesi autonomi, possono scegliere liberamente il loro destino. Solo se è lo stesso designato per loro dal Cremlino…
Anna Politkovskaja era stata facile profeta. Aveva immaginato che Putin avrebbe utilizzato la Cecenia come cartina di tornasole. Se nessuno avesse detto nulla, si sarebbe sentito legittimato ad andare avanti. In patria e all’estero. Proprio Anna era solita dire: “Ogni volta che un capo di stato europeo stringe la mano a Putin e’ come se mi sputassero in faccia”.
Di sputi in faccia in questi anni La Politkovskaja ne avrebbe ricevuti molti, troppi. Se non fosse stata ammazzata nel 2006 a Mosca. Da killer. Con committenti sconosciuti (ma immaginabili). Nel giorno del compleanno di Putin.
In queste ore si prospetta la nomina di Federica Mogherini a capo della diplomazia europea. Il ministro degli esteri italiano appena nominata invitò tutti al dialogo con Putin, volando poi al Cremlino. Suscitando le ire dei paesi confinanti con la Russia (che hanno ostacolato la sua nomina). Ci auguriamo che le ultime vicende (e pure le fotografie satellitari) possano indurre l’attuale leader della diplomazia italiana (in foto) a posizioni di fermezza verso la Russia di Putin. Colpendone, con sanzioni e dintorni, i vertici e non la popolazione.
Da italiani e amanti dei diritti umani, ne saremmo felici.

Putin vuole catechizzare i giovani russi

L’uomo forte della Russia insiste nel creare l’uomo nuovo post-sovietico. Putin ha chiesto infatti – in una riunione di governo – di preservare la gioventù russa dalle influenze straniere mentre “nel mondo si svolge una battaglia per conquistare i cuori e le menti attraverso l’influenza delle ideologie e delle informazioni”. Le stesse che, per quanto riguarda la maggior parte dei mass media russi, è lo stesso Cremlino a manipolare o indirizzare.

Putin ha parlato della necessità di “un lavoro sistematico costante, che può difendere il paese e i nostri giovani, contribuendo a rafforzare la solidarietà civile e l’armonia tra le nazionalità”. Insomma, vuole rinsaldare ancora di più il regime, approfittando del clima di euforia nazionalista scatenatodallo strisciante conflitto con l’Ucraina.

Nel corso della seduta del governo (i cui membri stanno al parlamento russo come i capi ultrà stanno alla curva) il ministro Vladimir Medinski ha presentato la “nuova politica culturale della Russia” e le – agghiaccianti – modifiche al sistema scolastico. Dice il ministro (su le mani, direbbero in curva): “Stiamo imparando più lingue straniere ora, che naturalmente è una buona cosa, ma ciò non deve andare a scapito dell’apprendimento della lingua russa, della nostra letteratura, della nostra storia comune”. Il ministro (fine pensatore) dice quindi che è meglio “non sostenere corsi di yoga e Feng shui”, ma “gli sport di lotta nazionale o i corsi di cucina nazionale”.

En passant, e giusto per fermarsi ai dettagli, ricordiamo che Putin è cintura nera di judo, arte marziale giapponese e non certo russa.

Stalin sarà sempre più descritto nei libri scolastici come un brav’uomo con cattiva stampa.

In memoria di Andrei Mironov e Andrea Rocchelli

Annaviva esprime le proprie condoglianze alla famiglia dei due giornalisti uccisi in Ucraina. Se Rocchelli era un coraggioso fotoreporter, Mironov era un attivista di Memorial, ong russa con cui la nostra associazione ha più volte avuto modo di collaborare. Mironov aveva imparato l’italiano in un gulag, ai tempi dell’Urss:
http://www.adnkronos.com/fatti/esteri/2014/05/25/ucraina-ucciso-insieme-rocchelli-mironov-imparo-italiano-gulag-mordovia_ftjNAyYTJTjguToW03duUM.html
Il duplice assassinio ai confini dell’Europa al termine di una campagna elettorale in cui si è parlato di tutto tranne che della crisi ucraina e dell’imperialismo putiniano.
Andrei e Andrea, che la terra vi sia lieve.

UCRAINA, RUSSIA E CRIMEA: E ADESSO CHE SUCCEDE?

UcrainaL’altra sera si è tenuta la conferenza UCRAINA, RUSSIA E CRIMEA: E ADESSO CHE SUCCEDE? presso l’Associazione Italia-Russia a Milano. Sono intervenuti Aldo Ferrari, docente di Storia del Caucaso all’Università Ca’ Foscari; Eliseo Bertolasi, dottorando di ricerca in Antropologia culturale all’Università di Milano e Alessandro Vitale docente di Analisi della Politica Estera e di Relazioni Internazionali all’Università degli Studi di Milano.

Si è parlato dell’irrisolta questione ucraina, dei rischi e dei problemi che sta portando. Una tematica molto calda che ha scaldato anche molti presenti tra il pubblico, che al momento delle domande finali hanno dibattuto con i relatori in modo molto accalorato. Sala piena. Superfluo dire che è stato interessantissimo.

Siamo testimoni di eventi così delicati e indecifrabili che ho voluto prendere nota della testimonianza inedita presentata e dei discorsi fatti. Quindi per chi vuole sotto trova un approfondimento.

Intervento di Aldo Ferrari
Stiamo assistendo ad una forte polarizzazione delle posizioni, la tendenza è quella di affrontare la questione con un atteggiamento non solo appassionato, ma tifoso, magari lasciandosi trascinare da idiosincrasie e uscite fuori luogo. Questo è molto grave.

Cercheremo di dare un quadro non completo di una situazione estremamente difficile da interpretare e giudicare. Non pretendiamo di dare una risposta, che non credo esista, ma vorremmo fornire elementi di approfondimento. Quello che leggiamo sui media spesso è molto condizionato da pregiudizi e appiattimento.

Intervento di Eliseo Bertolasi
Ha raccolto video e interviste della sua testimonianza diretta. E’ stato sul posto 3 volte per seguire la vicenda. A dicembre, febbraio e aprile.

Ha mostrato e descritto un primo filmato: una piazza animata da protesta spontanea e dal desiderio di vedere il proprio paese avvicinarsi alla Unione Europea e in cui si percepisce il sentimento anti-Yanukovich. Alla domanda: “Perché volete la UE?” si sentiva rispondere che ciò avrebbe significato lavoro, vacanze, stipendi più alti. In Maidan molti manifestanti dalle zone occidentali vivevano ormai fissi lì.

Si vede nel video anche una manifestazione pro-Yanukovich (qui si parlava in russo nei comizi, mentre là in ucraino) con molta meno gente, perché dal Donbas si spostano meno dal lavoro.

Eliseo Bertolasi è tornato in febbraio, proprio nella settimana in cui poi è caduto Yanukovich.

Tornato in Maidan, trova barricate costruite dai manifestanti che, a distanza di due mesi, si presentano come milizianti: migliaia di persone che non litigano tra loro e che sono estremamente organizzate. In Maidan si poteva vivere, veniva costantemente distribuito del cibo e ogni altro bene.

Si vede nel video la polizia che sfonda le barricate arrivando verso la piazza. I manifestanti, per fermare l’attacco, iniziano a costruire un fronte infuocato e così inizia la battaglia notturna. Le immagini sono inquietanti: preti che durante la notte supportano i presenti con i loro canti e il fuoco in piena notte, bombe molotov e granate. Sembra un inferno. Non c’erano sul palco i leader ma i preti. C’era persino Radio Maria ucraina.

Da notare è che in piazza non è mai stato fatto un discorso analitico, che considerasse pro e contro dell’ingresso in Europa, non si è mai affrontata la questione in termini pragmatici, ma solo in termini di nazionalismo e di sentimento. Questa incongruenza è molto evidente.

I combattimenti durano una giornata e mezza. La polizia non può fare la carica. Il selciato è del tutto sollevato per ricavarne pietre. Si vede che tra i manifestanti c’erano compiti e direttive ben precise per mantenere solide le barricate. Vengono bruciati copertoni e l’odore è insopportabile. Si improvvisano catapulte.

Il testimone ha visto poche armi da fuoco, solo qualche pistola. In fondo si vedono i riflettori della polizia e una viva linea di fuoco che attraversa tutta Maidan.

Centinaia di feriti vengono soccorsi, si erano organizzati anche a livello di pronto intervento.

La Piazza appare devastata, le preghiere continuano. Il giorno seguente la polizia si ritira e la barricata viene ricostruita.

I cecchini iniziano a sparare sulla folla, ma anche sulla polizia, senza distinzione. La Piazza è di nuovo in mano ai manifestanti. Poi i funerali di chi è caduto sotto i cecchini.

Viaggio di aprile a Donbas. La zona è blindata, presa dai manifestanti in protesta, nata dagli atteggiamenti del nuovo governo di Kiev verso la popolazione dell’est ucraina, centinaia di chilometri da Kharkov fino ad Odessa, con Lugansk, Donetsk, Mariuopol. I civili supportano i manifestanti, le persone gridano “Rossia Rossia” e vogliono l’unità con la Russia, perché non si percepiscono ucraini: sarebbe difficile portare avanti la protesta se fosse solo opera di facinorosi.

Quando il nuovo governo ha manifestato la sua russofobia (vietando il russo, chiudendo i confini regionali senza considerare che molti hanno parenti a Ovest) le persone sono state toccate nel profondo, perciò non si astengono dalla protesta.

Questa zona è il polmone dell’Ucraina, e l’ingresso in Europa sarebbe per loro un grande problema, essendo elevate qui le esportazioni verso la Russia.

Qui si parla di terroristi, ma loro si definiscono difensori che vogliono solo l’autonomia e poter parlare russo con un rapporto di fraterna amicizia con la Russia.

La zona intorno a Sloviansk è in mano alle forze di Kiev, con coprifuoco serale. Gli attacchi avvengono solo di notte quando non ci sono civili in mezzo ai difensori, rappresentati dalla Samo-oborona (circa 250 persone) cioè giovanissimi e anziani; e poi dalla parte più strutturata, un battaglione che arriva dalla Crimea. Il testimone non ha visto russi. I combattimenti non avvengono in città ma nei posti di blocco.

A Kromatorsk il testimone rimane bloccato. La mattina di sabato 3 maggio giungono i reparti speciali ucraini. In città ci si aspetta un attacco dalle forze di Kiev quindi iniziano a far ritirare la gente in casa, ma tutti invece escono in piazza e si uniscono alle truppe per difendere la città, perciò l’attacco è sospeso.

Un altro dettaglio è la grossa componente ideologica: dicono di non volere i fascisti. Le posizioni sono talmente radicalizzate che non si riesce a trovare un dialogo. La componente nazionalista è molto forte, si cantano canzoni patriottiche e si vede spesso la bandiera della repubblica autonoma del Donbas: come quella russa, ma la terza striscia è nera come il carbone, a simboleggiare la loro maggior ricchezza.

Si sente dire: “i nostri nonni hanno cacciato i fascisti fino a Berlino noi riusciremo a cacciarli dal Donbas!”.

Insieme alle barricate che bloccano la città ci sono 3 blindati.

Eliseo Bertolasi alla fine è riuscito a liberarsi, era l’unico giornalista italiano sul posto.

Intervento di Alessandro Vitale
Ha parlato dei problemi di integrazione e disgregazione. Ha ripetuto che nessuno ha la verità in tasca, nemmeno gli analisti con i più seri strumenti.

Vediamo ora l’ombra lunga dell’impero che mostra e mostrerà ancora a lungo i suoi strascichi.

La tendenza principale è quella imperialistica. Da parte della Russia c’è forte pressione di matrice staliniana: evitare che le regioni siano indipendenti e l’Ucraina non è mai stata accettata come nazione distaccata. Dal punto di vista economico, il Paese è reso in miseria e di questo è responsabile anche l’Europa che l’ha esclusa irrigidendo le dogane.

Non c’è la possibilità di esportare in Europa e la stagnazione economica porta a quella politica.

Questo irrigidimento progressivo e il protezionismo economico hanno portato le minoranze interne a vedere nella Russia (che pure non ha un sistema economico funzionante) una via di salvezza.

Come sono state realizzate queste dipendenze? L’Ucraina fin dall’inizio non è stata ridisegnata in modo confederale creando entità pluri-etniche autogovernate (molti progetti lo proponevano e prevedevano che altrimenti si sarebbe arrivati al conflitto) quindi è naturale che si finisca per rivendicare con rigidità le proprie separazioni interne. L’Ucraina non ha quell’unità e omogeneità che servirebbero per tenere in piedi una nazione così come è stata creata dopo la caduta dell’URSS.

Nei sistemi nati dalle rovine degli imperi purtroppo non si tiene mai conto della diversità. Esiste una varietà straordinaria di possibilità moderne per affrontare situazioni simili. Ma ora è ormai tardi, le zone sono troppo polarizzate.

L’uso strumentale dei media induce all’esplosione dei nazionalismi e fino a pochi mesi fa simili tensioni non erano pensabili. Non così forti almeno, non così radicalizzate e polarizzate. La questione è ormai gravissima e il contributo della comunità internazionale è stato più che altro deleterio.

Ormai troppo sangue è stato versato, è improbabile che si riesca a tornare indietro. Pare che in Donbas abbiano detto addio all’Ucraina.

Irene