Sabato a Milano, per non dimenticare #AnnaPolitkovskaja

Sono passati dieci anni dall’assassinio della giornalista russa, ammazzata con quattro colpi di pistola nell’ascensore di casa. Per la sua morte sono stati condannati gli esecutori materiali. Non però i mandanti, che forse non sono stati nemmeno cercati.
Anna Politkovskaja aveva raccontato la guerra in Cecenia, un “brutto affare” che non doveva essere svelato al mondo. L’ha raccontata con ostinazione, mentre molti suoi colleghi volgevano lo sguardo altrove, fino ad essere uccisa. Non è stata l’ultimo reporter ammazzato purtroppo, ma in questi anni è diventata il simbolo del giornalismo indipendente. E coraggioso.
Per questo vogliamo continuare a tenere accesi i riflettori su questa vicenda, perché non venga dimenticata. Per questo continuiamo a chiedere giustizia. E per questo Articolo21 e l’associazione Annaviva invitano tutti a partecipare al presidio organizzato sabato 15 ottobre alle ore 11 ai Giardini Politkovskaja di Milano (corso Como, angolo Garibaldi).

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L’attrice Ottavia Piccolo farà rivivere con noi alcune delle parole più significative di Anna Politkovskaja.

Chi non ha visto con i suoi occhi un attentato non ne parli, perché non ne sa niente. Chi pensa che il sangue a terra sia rosso non ne parli, perché non sa che è marrone, quasi nero. Chi pensa che un cadavere faccia impressione, non parli, perché non sa di chi striscia a terra vivo coi suoi pezzi…” [Anna Politkovskaja]

Con noi interverranno:
Anna Del Freo, Segretario generale FNSI (Federazione Nazionale Stampa Italiana)
Gabriele Dossena, Presidente Ordine Giornalisti Lombardia
Paolo Perucchini, Presidente Associazione Lombarda Giornalisti
Danilo De Biasio, Direttore Festival dei Diritti Umani
Andrea Riscassi, Portavoce di Articolo21 Milano e AnnaViva

Stefania Battistini (Articolo 21) leggerà l’appello delle giornaliste turche di Hayatin Sesi TV, oggetto della repressione del governo della Turchia.
Al presidio parteciperanno diverse delegazioni di studenti degli istituti milanesi con alcune riflessioni su cosa significhi per loro la libertà di stampa.

Vi aspettiamo

“Cosa proviamo oggi? Rabbia”, Novaja Gazeta in ricordo di #AnnaPolitkovskaja 

La redazione della Novaya Gazeta, il giornale di opposizione dove lavorava Anna Politkovskaja, ha pubblicato un video messaggio in cui – nel giorno del decimo anniversario dell’omicidio della collega a Mosca – chiede alle autorità russe di identificare e consegnare alla giustizia il mandante dell’assassinio.

Manca il mandante – Dopo tre processi, che hanno visto la condanna di sei uomini per l’organizzazione e l’esecuzione del crimine, non è ancora stata fatta chiarezza sulla mente dell’omicidio. Ania, come la chiamavano i colleghi e gli amici, è stata uccisa il 7 ottobre 2006 sul pianerottolo di casa a Mosca con una pistola Makarov.

Il video – Nel video in bianco e nero, diffuso su internet, il figlio Ilya Politkovsky, insieme ai componenti della Novaya Gazeta, tra cui il direttore Dmitri Muratov, sfilano senza parlare; tengono in mano dei fogli su cui si ricostruisce il caso giudiziario giudiziario e viene ricordato a più riprese che “il mandante non è stato trovato”. “Il caso è ancora aperto” cita un alto dei cartelli, che si vede nel filmato. I colleghi sostengono che il nuovo capo delle indagini “non sta facendo nulla” per completare le ricerche.


Berezovsky –  L’ormai ex portavoce del Comitato investigativo russo, Vladimir Markin, nel suo libro “I crimini più noti del XXI secolo in Russia” ha scritto che l’ordine di uccidere la giornalista potrebbe essere arrivato da Londra, dall’oligarca e nemico di Putin Boris Berezovsky, riparato in Gran Bretagna e dove è stato trovato morto nel 2013 , in circostanze ancora sospette. I membri della famiglia della Politkovskya e i suoi colleghi non ritengono plausibile questa versione. Il dito rimane puntato sul leader ceceno Ramzan Kadyrov, fortemente criticato per i suoi metodi violenti e autoritari da Ania; la reporter prima di morire stava preparando un articolo sull’uso sistematico della tortura in Cecenia. (AGI)

 

“Il sogno di Anna”, domani a Milano in ricordo di #Politkovskaja

Venerdì 7 ottobre, in occasione dei 10 anni dall’assassinio di Anna Politkovskaja, AnnaViva vi invita alla presentazione del libro di Tilde Ingrosso “Il sogno di Anna” pubblicato in questi giorni da Feltrinelli.

Tutti abbiamo un grande sogno. Ma solo l’incontro con la realtà può dargli forza e farlo diventare un progetto di vita“.

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Vi aspettiamo venerdì 7 ottobre 2016 alle ore 18.30 c/o Libreria Il mio libro – Via Sannio 18 – MILANO.

Dopo la presentazione, andremo a portare un mazzo di fiori ai Giardini Politkovskaja (corso Como, Milano)

7 ottobre 2006 – 7 ottobre 2016: dieci anni senza Anna!

AnnaViva ricorda Anna Politkovskaja a 10 anni dal suo barbaro assassinio, eseguito a Mosca nel giorno del compleanno di Vladimir Putin. Era un sabato pomeriggio quando Anna fu raggiunta da cinque colpi di pistola; stava salendo nell’ascensore di casa. Stringeva ancora in mano i sacchetti della spesa.

La ricorderemo presentando il libro

“IL SOGNO DI ANNA” di Lucia Tilde Ingrosso 

venerdì 7 ottobre 2016 alle ore 18.30

c/o Libreria Il mio libro – Via Sannio 18 – MILANO

Ho scritto questo libro per trasmettere l’amore per il secondo lavoro più bello del mondo, il giornalista (il primo, per me, è lo scrittore). E per raccontare ai ragazzi una grande giornalista: Anna Politkovskaja, Minacciata, umiliata, maltrattata, derisa.

Oltre 40 volte in Cecenia, per raccontare una guerra dimenticata. All’estero era amata e corteggiata. Pubblicava libri, vinceva premi, partecipava a convegni internazionali. Poteva uscire dalla Russia, ma non farsi uscire la Russia dal cuore. Perciò, pur sapendo di essere “in scadenza” rimase e andò incontro al suo destino.” Lucia Tilde Ingrosso

Al termine della presentazione ci recheremo tutti insieme ai Giardini Politkovskaja, corso Como, Milano

T-shirt con scritta “Putin boia”: condannate mamme di Beslan

Ammende e lavori forzati, la protesta durante l’anniversario della tragedia

Russia: t-shirt con 'Putin boia', condannate mamme di BeslanElla Kesaeva, Jeanne Tsirihova, Svetlana Margieva e Emilia Bzarova, ovvero alcune delle “mamme di Beslan”, la scuola dove 12 anni fa un gruppo di terroristi ceceni prese in ostaggio 1128 persone, tra cui centinaia di bambini, sono state condannate ad ammende o lavori socialmente utili per aver indossato una maglietta con la scritta ‘Putin, boia di Beslan’ durante la cerimonia dell’anniversario della tragedia.

 

La protesta – Le donne, che hanno perso i loro cari nell’attacco del 2004, puntano il dito contro il blitz delle teste di cuoio russe, intervenute dopo tre giorni di assedio alla scuola, trasformatosi in una carneficina: 334 morti, tra cui 186 bambini, e 810 feriti.

La strage – La mattina del 1 settembre 2004, un gruppo di terroristi ceceni fece irruzione nella scuola N° 1 di Beslan. Nell’edificio erano presenti oltre 1.128 persone. I sequestratori negarono i soccorsi e l’autorizzazione a introdurre nella scuola acqua e cibo per gli ostaggi che vennero ammassati nella palestra. Il giorno seguente, i sequestratori fecero esplodere due granate, a 10 minuti di distanza l’una dall’altra, per tenere lontana la polizia. Il 3 settembre, i terroristi acconsentirono a far entrare quattro medici nell’edificio. All’improvviso si avvertirono due esplosioni, probabilmente provocate dallo scoppio “accidentale” di due ordigni. A quel punto, alcune decine di ostaggi riuscirono a fuggire, i terroristi iniziarono a sparare e le teste di cuoio fecero irruzione.  Il commando degli assalitori venne annientato dopo ore di scontri a fuoco: era composto da 32 terroristi, 31 dei quali – secondo fonti ufficiali – rimasero uccisi. Testimoni oculari parlarono però di 70 assalitori. L’unico sopravvissuto, Nur-Pashi Kulayev, è stato processato e condannato all’ergastolo. La responsabilità dell’attentato è stata rivendicata dall’ex leader dei militanti ceceni Shamil Basaev, secondo l’Fsb ucciso nel 2006 in Inguscezia.

 

 

Oggi Anna Politkovskaja avrebbe compiuto 58 anni 

 
img_0202-2Avrebbe compito 58 anni oggi Anna Politkovskaya, ma è stata con violenza strappata alla vita quando di anni ne aveva solo 48. Sì, sono già passati quasi 10 anni dal suo assassinio. E Annaviva oggi vuole ricordarla attraverso le sue parole. Per questo, vi riproponiamo un suo articolo pubblicato da Novaja Gazeta l’11 settembre 2006 e tradotto da Andrea Ferrario per Osservatorio sui Balcani. Parla dell’odio che genera odio e racconta il caso di “confusione giudiziaria” attorno a un ragazzo ceceno. Uno dei tanti condannati per terrorismo perché “nel suo sangue sono state trovate tracce di pista cecena”.

Il mondo teme una proliferazione nucleare incontrollata – io invece temo l’odio. Si sta accumulando sempre di più e in maniera incontrollabile. Il mondo è riuscito almeno a escogitare delle leve per fare fronte ai caporioni di Iraq e Corea del Nord, ma nessuno riuscirà mai a individuare le vie percorse dalla vendetta personale. Il mondo è completamente indifeso di fronte a quest’ultima. Nel nostro paese attualmente è in corso qualcosa di incredibilmente stupido e irresponsabile – centinaia di persone vengono costrette con la forza ad accumulare intere riserve di odio, che renderanno completamente imprevedibile la vita futura degli altri.

Cosa vogliamo ottenere dai ceceni in carcere per “terrorismo”? Centinaia di persone giovanissime che hanno di fronte a se pene molto lunghe da scontare. In carcere li odiano e per questo li sottopongono a “trattamenti del tutto speciali”, inventati sia dagli altri reclusi sia dall’amministrazione delle carceri.

Perché scrivo la parola “terrorismo” tra virgolette? Ve lo spiego. Chi sono questi ceceni? Per la maggior parte si tratta di ex studenti. Sono finiti nelle carceri senza nulla alle spalle, se non tre guerre. La prima si è svolta quando erano ancora bambini (la prima guerra cecena). La seconda, quando erano adolescenti (la seconda guerra cecena). La terza è l’istruttoria alla quale sono stati sottoposti. Si tratta cioè di studenti “terroristi” che sono fondamentalmente il prodotto delle procedure antigiuridiche messe in atto negli anni 2002, 2003 e 2004.

In quegli anni nel Caucaso settentrionale l’applicazione del diritto era decisamente sui generis: si effettuavano retate di massa e in Cecenia gli studenti venivano “ripuliti” a decine alla volta. Dopo la “pulizia” passavano attraverso la tortura, applicata di routine, come se si trattasse di una semplice procedure di disinfezione… Molti di loro sono stati uccisi, in particolare quelli che non si dichiaravano colpevoli. Ai “volenterosi” è stato concesso di vivere e sono stati condannati sulla base di accuse messe insieme in tutta fretta, senza preoccuparsi della qualità della documentazione reperita. Innocente? Colpevole? Solo Dio può saperlo, non sono mai state condotte vere e proprie indagini. Ed ecco che a partire dal 2005, dopo tutte le cassazioni, un’intera generazione di studenti ceceni “ripuliti” è entrata in carcere, con pene di 15 anni e oltre. E’ lì che è cominciata la loro quarta guerra. Una guerra con se stessi. O per se stessi? Forse addirittura contro…

Oggi, nel 2006, le testimonianze che giungono dalle carceri dicono che questi ex bambini modello sono ormai diventati dei recidivi incalliti. Ecco una storia del tutto tipica. Islam Suschanov, nato nel 1984. Non lo ho mai visto, ora non è più possibile incontrarlo. Il FSIN, l’amministrazione carceraria russa, vieta i contatti di qualsivoglia tipo con i reclusi della sua categoria. Ricostruirò quindi gli eventi solo in base alla documentazione disponibile. Nel 1999, alla vigilia dell’inizio della seconda guerra cecena, Islam finisce gli studi alla scuola n. 38 di Groznj. Il profilo redatto ai fini dell’iscrizione all’università da parte del direttore della scuola, D. V. Salamov, parla di un ragazzo molto bravo: “Durante gli studi Islam si è distinto come scolaro disciplinato, amante dello studio e diligente. Si è dedicato allo studio in modo responsabile. Godeva di rispetto e ha svolto con precisione i compiti assegnatigli”.

Nel 2000 Islam si è iscritto all’Istituto di Pedagogia della Cecenia, l’unico in cui erano riprese le iscrizioni dopo che le ostilità attive erano cessate. Ha cominciato a frequentare i corsi di arte. E ancora una volta: “Prende parte attivamente agli studi e alla vita pubblica della facoltà e dell’istituto… Esprime un particolare interesse per la pittura, per la composizione e per la scultura… è uno studente che ha buone prospettive…”. Lo scrive il decano della facoltà di belle arti, M. M. Sulejmanov – ma lo scrive “ex post”, rivolgendosi alla procura del distretto Lenin, quando Islam è stato “ripulito” e rinchiuso in galera. Alla procura è stata indirizzata anche una dichiarazione dell’allenatore della squadra di calcio “Vajnach”, V. L. Inderbiev: “Durante tutto il periodo in cui ha fatto parte della squadra di calcio ho potuto apprezzare la sua correttezza e la sua buona educazione. Ho viaggiato spesso in trasferta con la squadra per incontri in cui era impegnato anche Islam. Nel suo comportamento non ho mai osservato irascibilità, aggressività… è un ragazzo molto controllato, modesto, di buon carattere… non si è mai lasciato andare a discorsi estremistici, né in generale si è dimostrato incline all’estremismo”. L’allenatore e il decano mentivano? Oppure, pur essendo persone esperte, non si sono accorti che sotto la pelle di un angelo si nascondeva il diavolo?

I testi dei due profili e la sentenza di condanna sono tuttavia completamente incompatibili. Non è possibile che una persona possa essere allo stesso tempo tutto e il contrario di tutto: uno studente dalle buone prospettive, un calciatore che va regolarmente alle partite e contemporaneamente un guerrigliero che prepara agguati, fabbrica ordigni esplosivi con i quali i suoi colleghi dell’Istituto avrebbero fatto saltare in aria militari russi. Secondo le accuse che gli sono state mosse, Suschanov aveva interessi che erano ben lontani dalla scultura. Gli episodi in cui Suschanov sarebbe coinvolto sono tre – l’accusa principale è quella di fare parte di una “banda armata” diretta da un “non meglio identificato Abdul-Azim” e che agiva con “mezzi finanziari non meglio identificati”.

Tutte le accuse si basano su “ammissioni spontanee”. I giudici, da quanto si desume dalle loro argomentazioni, non hanno perso tempo per entrare nei dettagli e hanno abilmente tradotto questi episodi in sentenza di primo grado. Ed ecco cosa è successo: Suschanov ha ammesso di avere collocato il 6 giugno 2002 un ordigno esplosivo in una casa in rovina nella via Zhukovski a Groznyj, per fare saltare in aria il 9 giugno dei poliziotti in pensione, indicati con nome e cognome. In realtà, leggendo la sentenza si scopre che gli stessi giudici affermano che i poliziotti sono saltati in aria nello stesso luogo il 9 marzo di quell’anno. E il 9 giugno erano in cura, lontano dalla Cecenia, per le ferite riportate… Come spiegarselo?

Si può riscontrare la stessa confusione giuridica anche nel caso dello “scontro a fuoco presso il posto di blocco n. 10 del 3 agosto 2002”. I poliziotti feriti quel giorno – anche in questo caso indicati con nome, cognome e incarico – confermano di essere stati oggetto di fuoco di armi automatiche in data 3 agosto, e il carattere delle ferite subite corrisponde a tale testimonianza. Solo che Suschanov “confessa” di avere sparato contro il posto di blocco con un lanciagranate e non riesce a ricordarsi da quale punto ha sparato, dove si trovava il posto di blocco ecc….

Il terzo episodio riguarda gli eventi del 13 dicembre 2003. Suschanov, insieme a un paio dei membri della banda, sarebbe stato colto dalle forze dell’ordine nella via Butyrina in flagranza di reato – in quel momento il gruppo si stava occupando di sistemare un ordigno collocato lì il giorno prima, più precisamente gli stavano sostituendo le batterie. Sono stati colti sul fatto e arrestati. Entrambi i poliziotti che li hanno arrestati hanno dichiarato in tribunale che “l’ordigno è stato sequestrato nella via Butyrina il 14 dicembre”, era “vecchio, polveroso…”. La sentenza, piena di imprecisioni fattuali, è entrata in vigore. La sua “ditta produttrice” è la seguente: il giudice istruttore R. Gorcichanov (Procura del distretto Lenin di Groznyj) e il giudice V. Abubakarov (Tribunale Supremo della Cecenia). Pensate che io difenda Suschanov, “l’assassino dei nostri soldati”, come si dilettano a dire da noi? No. Il fatto è, però, che in presenza di una tale qualità giuridica delle sentenze del tribunale e delle indagini, solo Islam Suschanov può sapere con precisione cosa sia successo. Nessun altro. E io invece vorrei che lo sapessero tutti. Sono assolutamente convinta che non vi debbano essere indulgenze per nessuno che abbia violato la legge e il diritto, indipendentemente dalla salsa ideologica in cui il suo delitto viene condito.

Suschanov è stato condannato a 14 anni di regime duro. Le accuse coprono per intero quello che è il classico “elenco ceceno”: “banditismo”, “terrorismo”, “formazioni armate illegali” ecc. A partire dal dicembre 2005 si trova nelle carceri della regione di Sverdlovsk. I primi tre mesi li ha passati nell’IK-5 (Niznyj Tagil) in isolamento. Anche nelle celle vicine c’erano reclusi in isolamento – altri giovani ceceni con accuse simili. La madre, Amanta Suschanova, gli invia lettere raccomandate due volte alla settimana , ma a Suschanov non consegnano nulla. L’amministrazione non fa complimenti e gli spiegano, come poi si è rivelato vero, che per i ceceni tale regime vale fino alla fine della pena.

Il 7 marzo 2006 Suschanov cerca di suicidarsi. Il 21 maggio lo fa ancora una volta. Pregare è vietato, lo scrive nel manuale della disciplina per i reclusi in isolamento. “L’Amministrazione degli istituti di pena dà una valutazione negativa del recluso Suschanov I. R.”, scrive nel suo profilo il capo della sezione della procura della regione di Sverdlovsk, A. V. Vasilev, in merito alla supervisione dell’adempimento legale delle pene comminate. “Ha 12 sanzioni disciplinari in atto. Le motivazioni delle misure richieste dalla procura sono legali e fondate…”. Suschanov continua a ribellarsi, prende parte a una “denuncia” collettiva: episodi di autolesionismo contro le condizioni di reclusione. Per quelli che riescono così a “emergere” dall’anonimato arriva T. Merzljakova, delegata ai diritti umani della regione di Sverdlovsk. Si incontra tra gli altri con Suschanov, il quale le dice che chiede solo un riesame della sentenza ingiusta e il permesso di pregare. Dopo la visita Merzljakova scrive una lettera disperata alle madri dei reclusi ceceni con i quali ha parlato: insiste affinché “si affrettino” a presentare allo FSIN la loro richiesta di trasferire i figli in un’altra prigione più vicina alla Cecenia. Si rivolge lei stessa a J. Kalinin, direttore dello FSIN… Kalinin oppone un rifiuto. E Suschanov viene trasferito all’IK-12, un carcere per i recidivi più pericolosi. Un tale accanimento è vietato dalla legge, se si tiene presente il significato originale della sigla IK, cioè istituto correttivo. Ma in questo periodo il dossier personale di Suschanov è pieno zeppo di frasi come “incline all’evasione”, “incline alla presa di ostaggi”…

Il ragazzo “timido, modesto e di buon carattere”, come veniva dipinto nel 2004, nel 2006 si è trasformato in un recidivo ribelle, se si deve credere a tutte queste descrizioni. Cosa vogliamo da Suschanov? Da tutti questi “ripuliti”? Che muoiano nelle prigioni? Perché gli viene vietato di pregare? Perché dimentichino le preghiere che hanno imparato fin da bambini e comincino a recitarne di nuove?…

Se Suschanov vedrà mai la libertà, ciò avverrà nel 2017, quando avrà 34 anni. Gli altri “ripuliti” della stessa generazione allora avranno un’età simile, tra i 35 e i 37 anni. Torneranno nella società non sposati, senza figli. Senza un’istruzione. Senza una professione. Ma con uno spirito ribollente: la vita è andata persa e non c’è giustizia. “… In sostanza, questi istituti correttivi si sono trasformati in campi di concentramento per i reclusi ceceni – hanno scritto alla redazione le madri di un gruppo di carcerati – vengono sottoposti a una discriminazione su base nazionale. Non li lasciano uscire dalle celle di isolamento. Li spingono a violare il regime disciplinare, impedendo loro di rispettarlo. Sono stati quasi tutti condannati con processi farsa, in cui mancavano le prove. Si trovano in condizioni tremende, vengono sottoposti a umiliazioni della dignità umana, si sta sviluppando in loro un odio contro tutto. Secondo noi non si tratta di correzione, ma di sterminio… E’ un intero esercito, che tornerà da noi con una vita rovinata, con concezioni rovinate…”. Conoscono bene ciò di cui stanno scrivendo, lo conoscono solo loro, le madri, che ora parlano con i loro figli solo con l’anima. Ho paura dell’odio accumulato da questi ragazzi. E ho ancora più paura di coloro che con la violenza costringono dei loro simili ad accumulare un tale odio. Ho paura, perché questo odio prima o poi uscirà dagli argini.

Sospeso su Twitter celebre account di satira su Putin

(AdnKronos) – Twitter ha sospeso l’account @DarthPutinKGB, celebre per le sue battute al vetriolo sul presidente russo e con 50mila follower in tutto il mondo. La stessa sorte è toccata di recente a @SovietSergey, una pagina di presa in giro del ministro degli esteri Sergei Lavrov, che non ha mai tuttavia raggiunto la popolarità del primo.
Satira contro Putin – “La Russia ha tagliato le spese per la difesa. Le spese per gli attacchi rimangono invariate” o “non credere a nulla che il Cremlino non abbia prima negato con forza”, alcuni dei tweet che si potevano leggere, ogni giorno, sull’account.
L’autore dei tweet si presentava con “il 146% dei russi non mi ha eletto. Non visitate la Russia. Sono io a venire da voi. Servo il te a coloro che considerano questo account una parodia. I tweet topless sono firmati vvp (vladimir vladimirovich putin, ndr)”.account-sospeso

L’eredità del 1956

Oggi e domani a Milano conferenza storico culturale in occasione del 60° anniversario della rivoluzione in Ungheria

Il 26 ed il 27 maggio il Consolato Generale di Ungheria in Milano, in collaborazione con l’Università Cattolica, con il contributo del Ministero degli Affari e del Commercio Esteri di Ungheria, commemorano la rivoluzione del 1956 in Ungheria con la conferenza “L’Eredità del 1956”, conferenza storico-culturale, in occasione del 60° anniversario della  rivoluzione del 1956 in Ungheria” presso la sala Negri da Oleggio dell’ateneo di Milano.

Qui il programma della conferenza

Invading Hungary
A squadron of Russian T55 main battle tanks rumbling down a street in Budapest during Russia’s invasion of Hungary. (Photo by Keystone/Getty Images)

In occasione della conferenza sarà presente, tra gli altri, l’onorevole Mária Wittner, che ha partecipato in persona nei moti del 1956, assieme a Lajos Okolicsányi e Barbara Gluska, che parleranno dei loro ricordi, affidando alla città di Milano testimonianze inestimabili  e mai raccontare sino ad ora.

A moderare gli incontri saranno: per il primo giorno, il prof. Adriano Dell’Asta, docente dell’Università Cattolica, per il secondo, la dott.ssa Krisztina Sándor, addetto stampa e cultura del Consolato Generale di Ungheria.

L’evento è aperto a tutti, fino ad esaurimento posti su prenotazione al seguente indirizzo consulate.mil@mfa.gov.hu

 

Nadiya Savchenko è libera 

La Russia ha rilasciato la top-gun ucraina Nadiya Savchenko, già rientrata in Ucraina. Savchenko é stata rilasciata nell’ambito di uno scambio con due agenti russi che erano in carcere in Ucraina, ha detto un funzionario dell’amministrazione di Kiev che ha voluto mantenere l’anonimato.Savchenko é stata rilasciata nell’ambito di uno scambio con due agenti russi che erano in carcere in Ucraina, ha detto un funzionario dell’amministrazione di Kiev che ha voluto mantenere l’anonimato. La top gun è atterrata all’aeroporto internazionale di Kiev in concomitanza con l’arrivo a Mosca dei due prigionieri russi liberati


(Fonte: ANSA) 

Ex Jugoslavia: geografia criminale e traffici illeciti

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(Credit foto: Dizionari più Zanichelli)

Dopo aver aperto una finestra lo scorso anno sulla mafia russa con il libro e la testimonianza di Pino Scaccia e la presentazione delle tesi universitarie di Sarah Mazzenzana e Carmela Racioppi, intendiamo proseguire nel cammino di conoscenza della criminalità nell’est europeo

 

MERCOLEDI’ 25 MAGGIO – ore 19.30

Libreria Popolare – Via Tadino 18 –  MILANO

EX JUGOSLAVIA: GEOGRAFIA CRIMINALE E TRAFFICI ILLECITI

 Relatrice: Carmela Racioppi

 Interverrà: David Gentili, Presidente della Commissione Consiliare antimafia di Milano

 La partecipazione è libera